I vincitori

I tre premi Juniores 2014  "Nuovi talenti del giornalismo" sono stati assegnati a:

Primo classsificato: Alberto Pandolfo del Liceo Scinetifico Primo Levi di Montebelluna,

Seconda classificata: Stefania Favaro del Liceo Giorgione di CAstelfranco Veneto 

Terzo classificato: Giacomo Mazzariol del Liceo Giorgione di Castelfranco Veneto.


GLI ARTICOLI PREMIATI


Pierantonio Costa, lo Schindler italiano

Di Alberto Pandolfo

 

Molti conoscono Oskar Schindler, l’imprenditore tedesco che ha salvato dalla Shoah oltre 1.100 ebrei. Meno conosciuto è invece il genocidio del Ruanda, durato cento giorni nel 1994: pochissime persone sanno che, anche in questo caso, è esistita una persona simile a Schindler.

Il suo nome è Pierantonio Costa: nato a Mestre, ha settantacinque anni e anche lui è un imprenditore. Durante quei cento giorni ha salvato circa duemila Tutsi dal genocidio, durante il quale si contrapponevano Hutu e Tutsi, le due etnie del Ruanda.

Tutto ebbe inizio quando, poco dopo la Grande Guerra, i colonizzatori belgi scambiarono le due etnie per due divisioni razziali. I Tutsi erano più numerosi e più ricchi, più alti e più snelli, mentre gli Hutu erano meno ricchi, in minoranza numerica e più bassi. In origine si poteva cambiare etnia ma durante il Colonialismo Belga i gruppi si irrigidirono, gli Hutu presero il potere e cominciarono a perseguitare i Tutsi. Li radunavano nei campi del Ruanda e li uccidevano a colpi di machete, a bastonate, molto più raramente con armi da fuoco. Il genocidio era stato pianificato da tempo e il mondo stava a guardare. Neppure i “caschi blu” dell’Onu muovevano un dito.

Pierantonio Costa viveva nella capitale Kigali da trent’anni, dove aveva fondato la sua azienda prima di trasporti, poi di pneumatici. Appena gli Hutu cominciarono il massacro, Costa trasportò gli italiani presenti in Ruanda in salvo e si rifugiò a casa del fratello in Burundi, vicino al confine. In quei cento giorni tornò in Ruanda infinite volte; oltrepassava il confine da solo con un SUV tappezzato di bandierine italiane, pagava i miliziani Hutu, comprava vite e rientrava in Burundi con il suo bottino umano. Nel viaggio passava vicino alle fosse comuni dove i feriti erano lasciati lì a morire dissanguati.

Ogni tanto il signor Costa incontra delle persone che ha salvato, che gli chiedono: “Si ricorda quando mi ha preso su con la macchina e mi ha portato oltre il confine?”. Lui, sorridendo, risponde: “No, non mi ricordo”. In seguito a questo atto di bontà Costa è stato soprannominato: “Lo Schindler italiano del Ruanda”. Schivo e gentile, Pierantonio dice di aver fatto solo il suo dovere: “Quando una cosa si deve fare, va fatta”.

E’ un episodio che ci deve far riflettere: un uomo, nato a Mestre, rischia la vita innumerevoli volte per dei perfetti sconosciuti “solo” perché si sente in dovere di farlo. Quanti di noi avrebbero avuto il coraggio di fare quello che lui ha fatto per dei perfetti sconosciuti? La solidarietà è un valore che si è perso nella società contemporanea: venire incontro ai bisogni di qualcun altro gratuitamente ci sembra una cosa irreale, perlomeno alla maggior parte di noi. Nel mondo, invece, c’è bisogno soprattutto di questo. Madre Teresa dice. “Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano; ma se non lo facessimo, l’oceano avrebbe una goccia in meno”.

 

Un fiore prezioso

di Stefania Favaro

IRIS, Insieme per l’ Alzheimer, è un’ associazione che offre assistenza a coloro che sono affetti dalla malattia di Alzheimer ed ai parenti di queste persone; medici, operatori e volontari operano per rendere la vita dei malati, ma anche delle famiglie, meno difficile. Concretamente l’ associazione organizza attività pomeridiane, grazie al servizio di trasporto offerto, al centro IRIS di Castelfranco Veneto, per i malati che si ritrovano per relazionarsi e interagire tra loro facendo attività di gruppo. Io sono venuta a conoscenza di questa associazione grazie alle proposte di attività di volontariato all’interno della  mia scuola e sono entrata a farne parte quest’anno. Ammetto che la prima esperienza al centro mi aveva un po’ turbata, poiché non ero mai entrata in contatto con la realtà di cui si occupa l’ associazione: il comportamento di alcuni malati mi aveva sorpresa, sebbene avessi partecipato a un un corso specifico di formazione. Esperienza dopo esperienza, ho imparato a capirli e ho cercato di capire il loro mondo. Adesso che mi sono aperta alla loro realtà, sono riuscita a creare un rapporto con loro: un rapporto basato sulle piccole cose, ma che in verità sono importanti; queste persone mi stanno insegnando che dando poco si può ricevere tanto. Molti sorrisi, delle risate e abbracci sono ciò che offrono e, quando succede, penso che tutti avremmo bisogno di riceverli più spesso. I malati del centro riescono a regalare un senso di soddisfazione per quello che una persona fa, poiché apprezzano le piccole cose molto più di quanto noi non le apprezziamo. E’ quindi un esperienza unica, che fa crescere e che rende chiunque  faccia parte dell’ associazione consapevole di una realtà non molto conosciuta, ma frequente. In particolare IRIS vorrebbe incentivare la presenza e la collaborazione di giovani ragazzi, perché i malati, che per la stragrande maggioranza sono persone anziane, vedendo i giovani in mezzo a loro, “recuperano” le forze, nel senso che trovano dentro di loro la volontà di uscire dal monotonia , dalla tristezza e dai pensieri nei quali si sono isolati; così si mettono in gioco scherzando, cantando, ridendo, passeggiando e facendo attività.

Quest’ associazione quindi si pone l’ obiettivo di dar sollievo alle famiglie ed ai malati di Alzheimer, triste malattia che spesso comporta difficoltà di convivenza in famiglia. L’esperienza che sto facendo resterà dentro di me per sempre e lo spirito di grande forza di volontà di queste persone malate dovrebbe essere d’esempio. Per questo consiglio a tutti, ma in particolare ai miei coetanei, questa esperienza: fa capire che, per quanti problemi possiamo avere, abbiamo l’opportunità di essere di aiuto agli altri. 

 

Senza spiccioli

Di Giacomo Mazzariol

Negli Stati Uniti, in certi negozi, il prezzo è già indicato in BitCoin, anziché in dollari e sono operativi i primi bancomat dedicati. In Italia siamo ancora lontani, ma non troppo.
Nella Marca spuntano i primi negozi dove si accettano pagamenti nel nuovo contante digitale. Secondo CoinMap.org, uno dei siti più accreditati in materia, sono due: lo studio Handmade, a Treviso, e la ferramenta Bogana, a Onigo di Pederobba.

Il nome è emblematico. La crittomoneta o Bitcoin sta spopolando tra i pionieri del web e tra gli amanti dell’innovazione. Che cosa rende questa invenzione, proveniente da venti anni di studi crittografici di anonimi e divulgata nel 2009, un vero e proprio fenomeno?

C’è chi reputa il creatore che ha assunto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto un possibile abbattitore degli schemi classici dell’economia mondiale.

Bitcoin è semplice da utilizzare e semplice da capire. Bitcoin è una "moneta virtuale" che può essere coniata in modo anonimo da parte di chiunque e che può essere sfruttata per effettuare transazioni online. Il sistema su cui si basa Bitcoin è stato concepito nel 2008 da uno sviluppatore conosciuto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, sfrutta l'utilizzo di un software opensource e di una rete peer-to-peer. Bitcoin non poggia su un database centralizzato ma su un archivio distribuito tra i vari nodi della rete in cui vengono registrate dinamicamente tutte le transazioni effettuate.

L'impiego di un algoritmo crittografico fa sì che i "bitcoins" possano essere spesi solamente dal legittimo proprietario e che monete già "elargite" a terzi non possano essere in qualche modo recuperate. Le monete Bitcoin possono essere acquistate e vendute nonché scambiate con altre valute come dollaro ed euro. Il problema viene se diventa semplice anche da manipolare.

Bitcoin è solo un mezzo per fare business e ovviamente molta gente in anonimo e senza commissioni utilizza questo sistema online per spostamenti di denaro utili al traffico di droga e armi. Ma non è da condannare il sistema rivoluzionario e all’avanguardia bensì come in tutti gli ambiti di questa società le singole persone che colgono sempre l’occasione di compiere ingiustizie.

Un buon esempio può essere uno sveglio studente scandinavo che si è ricordato di aver acquistato, nel 2009, 5.000 Bitcoin per un controvalore di allora di appena 26,6 dollari. Gli stessi 5.000 Bitcoin gli sono valsi più di 885.000 dollari che ha riscosso da poco.

Ma sorge una domanda ispirata un po’ al nuovo film the Wolf of Wall Street: Tutto questo era legale?

Bitcoin non è per niente illegale. Il sistema su cui poggia è uno "strumento", un mezzo che può essere sfruttato per spostare denaro online senza passare per i canali ufficiali. Tuttavia molti ne hanno paura, dalla Apple alla Russia e Cina.

Sono sicuro che bitcoin sarà la moneta del futuro.

D'altronde, in un mondo che sembra preferire lo schermo alla carta stampata o alle chiacchierate al bar, quanto potranno durare le solite vecchie monete?


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